Sentieri a ritmo di pioggia

È Venerdì sera e le previsioni meteo annunciano un fine settimana all’insegna della pioggia. Due giorni in cui verrebbe naturale rimanere tra le mura di casa, tra dolci da sfornare, il calore del camino e uno di quei film ancora da guardare. A volte però però il richiamo dei boschi, delle cime e dei torrenti è talmente forte che si parte comunque, nonostante il meteo, verso quelle montagne che occupano un posto speciale nel nostro cuore. E poi, quanto sanno essere affascinanti le giornata di pioggia e nubi basse in montagna rispetto a quelle senza una nuvola in cielo?

Arrivati in fondo alla valle e indossati i gusci partiamo sotto una pioggia finissima, tipicamente autunnale. Risaliamo i primi boschi mentre le nuvole si muovono ritmicamente tra gli alberi, quasi come fossero il respiro di questi giganti di corteccia.

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Anche le felci e gli arbusti del sottobosco sembrano prendere vita, animati da gocce d’acqua che scorrono lungo le loro foglie. Al contrario il mondo animale rimane al sicuro tra le tane e i nascondigli naturali offerti da rocce e radici. Solo un corvo imperiale, con un suono gutturale e profondo, rompe ad un tratto il silenzio, volando sulla valle in tutta la sua maestosità.

Dopo un primo tratto quasi pianeggiante su strada forestale, saliamo un ripido sentiero che fa alzare velocemente i battiti. Non forziamo il passo, sia per goderci la vitalità del bosco che stiamo attraversando, sia per evitare gli effetti di quello che altrimenti si rivelerebbe un vero e proprio bagno turco. 

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Siamo ormai al limitare del bosco quando il sole si fa timidamente spazio tra le nuvole, regalandoci piacevoli momenti di tepore. Anche le cime, caratterizzate dal porfido delle loro pareti rocciose, decidono finalmente di mostrarsi mentre camminiamo su prati dipinti d’autunno. Sfioriamo rocce memori di antichissime frane, piccoli larici che portano il segno del passaggio dei cervi, fonti di acqua sorgente che corrono veloci verso valle mentre noi, un po’ contro corrente rispetto a tutta quest’acqua, risaliamo i pendii di una forcella. Ad attenderci al suo culmine c’è il bivacco in cui passeremo la notte, una splendida struttura in legno che riscalda fin da subito anima e cuore.

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Un po’ di legna, un pezzo di carta e un fiammifero, tre semplici ingredienti per dare velocemente vita all’eterna magia del fuoco. La luce tremolante schiarisce la stanza insieme a quella delle candele, mentre il suo crepitio si confonde con il rumore della pioggia che da poco è ricominciata a cadere. Questa sera siamo le uniche persone presenti, custodi degli stessi sogni dei tanti ragazzi della nostra età che proprio qui, un secolo fa, incontrarono fame, morte e distruzione. Consumiamo la cena consapevoli del passato e grati per il presente, prima di spegnere le candele e abbandonarci al riposo. 

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La mattina arriva come solo in montagna la luce sa fare, con raggi netti e radenti, ma allo stesso tempo morbidi e leggeri. Le nuvole si sono dissolte per far spazio allo spettacolo di un’alba silenziosa a cui assistiamo appena scesi dal letto, prima ancora di fare colazione. Ammiro la luce del sole che inizia ad accarezzare la cima della montagna a cui sono più legato, per poi investirla completamente rivelandone meglio creste e valloni. Non avevo mai visto questo suo versante da lontano, così ampio e selvaggio, e questo è sicuramente il modo migliore per farlo.

 
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Ripartiamo presto, percorrendo una vecchia mulattiera che costeggia i fianchi delle montagne senza mai perdere quota. Sali e scendi che ad ogni curva ci regalano punti di vista diversi sulle valli ai nostri piedi, luoghi che da sempre vedono succedersi generazioni di pastori e malgari, testimonianza di una vita autentica e di rispetto profondo verso l’ambiente. 

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La mulattiera riprende leggermente quota, segno di un’ulteriore forcella in arrivo. Due laghi si mostrano poco prima, come gemme preziose incastonate nei fianchi delle stesse montagne che vi si rispecchiano. Anche le nuvole sono tornate, donando la tipica profondità e drammaticità al paesaggio che amo. Ci fermiamo presso un bivacco di nuova costruzione che nemmeno le carte segnalano. Al suo interno una preziosa moka spunta da un mobile in legno che non ti aspetteresti di trovare a questa quota, pronta a donarci un preziosissimo caffè al termine di un pranzo frugale. 

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Chiudiamo la porta di questo ennesimo gioiello di legno pronto a dare riparo ad altre persone dopo di noi e riprendiamo il cammino. Iniziamo a scendere, proprio nel momento in cui anche le prime gocce iniziano a cadere dal cielo. Questa volta però le assecondiamo, perchè tutto e tutti, prima o poi, torna versa valle.

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Ci attende un lungo rientro, sentieri lungo cui far correre gambe e pensieri, riflettendo sui valori che questi posti conservano. Una preziosità naturale che dobbiamo continuare a proteggere, un modo per non perdere quel pizzico di selvaggio che conserviamo ancora da qualche parte dentro di noi. Quella piccola voce che ci dice “esci, conosci, esplora”, anche quando fuori piove.

L'avventura come ricerca della felicità

Le nuvole corrono veloci, spinte da un vento che soffia teso da Nord. Non è il tipico tempo che ti aspetteresti a Rimini, così come non ti aspetteresti una parete verticale di arenaria piazzata proprio lì, tra le sue dolci colline e le sue campagne colorate. La falesia di Maiolo sorge sopra l'omonimo paese, quasi a fare da sentinella su buona parte della Valmarecchia e sui suoi castelli medievali.

Carichiamo l'attrezzatura sulle spalle e iniziamo a percorrere il sentiero di cresta che taglia i calanchi, fino a raggiungere la base delle pareti. Superiamo lo storico settore iniziale di Maiolo e qualche centinaia di metri dopo ci ritroviamo di fronte ad una parete di arenaria compatta, simile alle più note pareti di gritstone Inglesi. È qui che qualche anno fa in Samuele nacque una visione.

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Bastano pochi metri di roccia per disegnare una linea con gli occhi e immaginare di poterla salire. Serve però uno sforzo maggiore per decidere di non chiodarla, affidando la propria sicurezza a protezioni mobili quali nut e piccoli friend, in certi casi sporadici e non troppo sicuri. Probabilmente qualcuno si chiederà “Perché?”, ma la risposta, più che a parole, la si dovrebbe ricevere sotto forma di emozioni e di sensazioni.

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L'idea di avventura è spesso associata unicamente a spedizioni in terre remote, alle grandi pareti o a luoghi inospitali, ma che cos'è se non qualcosa capace di farti vivere esperienze fortissime e di arricchirti come persona? Maiolo è la nostra micro avventura, il pretesto per trasformare un'ordinaria giornata in un profondo viaggio interiore. Staccare i piedi da terra e partire per quei 15 metri di arenaria verticale equivale a far viaggiare la mente oltre i confini più remoti.
Ognuno di noi può vivere la sua micro avventura indistintamente dal luogo in cui si trova e dalle capacità tecniche che possiede. Cercare di fotografare quell'animale schivo che tanto amiamo, risalire il letto di un torrente per scoprire le sue cascate nascoste, rincorrere il sole per vederlo sorgere da quel punto così panoramico. L'avventura è il motore della scoperta, il simbolo di chi vive ogni attimo con curiosità e fame di ignoto.

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Esistono anche esperienze che nonostante siano a portata di mano necessitano di una forte presa di coscienza. È il caso di certe linee a Maiolo, dove corpo e mente devono essere perfettamente allineati per raggiungere l'obbiettivo: riuscire a scalare quella che è nata come una semplice visione.
Quando il grido di Samuele rompe il silenzio è come se tutti noi lì presenti avessimo vissuto la sua stessa avventura. Dopo avere trattenuto il fiato per quei pochi minuti esplodiamo in attimi di gioia, perché in fin dei conti i sogni di un amico contagiano pian piano anche chi gli sta vicino.

Con il sole che tramonta, lasciamo questo posto fatto di idee, sogni e amicizia. Le luci del castello di San Leo si accendono mentre il blu del cielo diventa sempre più profondo. Qui, tra qualche collina e qualche calice di vino, abbiamo trovato la nostra avventura, quella capace di farci sentire vivi e connessi con il mondo che ci circonda. Ogni avventura termina così, con la consapevolezza di essere cresciuti, ma di avere sempre qualcosa di nuovo da imparare dalla prossima esperienza.

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Autunno in Lagorai

Ottobre. Le strade di montagna si liberano del traffico frenetico, tipico del periodo estivo, così come si svuotano i sentieri che in questo periodo raccolgono soltanto le impronte di qualche cacciatore. L’aria profuma d’autunno, quel tipico odore di aria fresca intrisa di legna bruciata e umidità che unito al suono dei campanacci delle vacche al pascolo rimanda a bucolici ricordi d’infanzia. Oggi il Trodo dei fiori regala le più ampie sfumature di giallo, rosso e arancione.

Autunno in Lagorai - Simone Enei
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Sono sfumature che non solo si rispecchiano nei tanti laghi che caratterizzano questi posti, ma che vi si immergono letteralmente, quasi a volerne trarre più vita. È sempre in queste acque che si riflettono le cime più alte, quelle che sbarrano la vista, ma che allo stesso tempo permettono di sognare e di fantasticare. Dormire in certi luoghi equivale molto più che a riposare. Significa tornare alle origini, all'essenzialità, alla semplice purezza della vita vissuta secondo natura.

Autunno in Lagorai - Simone Enei
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È il rilassante ticchettio della pioggia che batte sulla tenda a risvegliare i nostri animi assonati e i nostri muscoli infreddoliti. Nella più classica delle azioni la mano va ad accendere la fiamma del fornello, mentre i segni concentrici delle gocce che cadono sul lago scandiscono un tempo dettato dal paesaggio piuttosto che dall’orologio. Con un velo di malinconia ci accorgiamo che è arrivata l'ora di smontare il rifugio della notte e scendere a valle. Al passo Brocon anche i campanacci hanno smesso di suonare, oggi non siamo gli unici a tornare verso la città.

Autunno in Lagorai - Simone Enei
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