Di bianco e d'azzurro: alle porte dell'Adamello

Il severo suono della sveglia mi butta giù dal letto nel bel mezzo della notte. Raccolgo in fretta il necessario e dopo avere bevuto controvoglia una tazza di tè raggiungo Gianni e Eugenio al solito parcheggio di periferia. Le nostre uscite partono sempre da qui, così come puntuale, mentre attraversiamo la Pianura Padana, troviamo ad attenderci l’odore pungente prodotto dalle industrie. Ci lasciamo tutto questo alle spalle in poco tempo, diretti verso il vero punto di partenza di questa nostra due giorni sulla neve.

Con un taglio a mezzacosta in leggera discesa ci lasciamo alle spalle il vociare delle tante persone presenti al punto panoramico di Passo Presena. Siamo circa a quota 3000 metri, raggiunti in pochi minuti grazie agli impianti che risalgono dal Passo del Tonale, ma basta calare di poco per vedere sparire anche la sagoma dell’ultima cabinovia. Davanti a noi ,mentre scendiamo verso il rifugio Mandrone, il ghiacciaio dell’Adamello sfoggia tutta la sua maestosità. Iniziamo finalmente a respirare aria di selvaggio. 

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Gianni avanza con sicurezza per primo sulle tracce di chi ci ha preceduto, mentre io ed Eugenio lo seguiamo molto più goffi e titubanti. Scendiamo effettuando uno slalom quasi obbligato, cercando di evitare le infide rocce che sembrano starsene in agguato, pronte a graffiare le lamine dei nostri sci. Impieghiamo fin troppo tempo per perdere la quota necessaria a raggiungere il rifugio Mandrone, punto più basso del nostro itinerario, dove ci fermiamo per riempire un po’ lo stomaco e crogiolarci al sole, ammirando la Val Genova dall’alto. Siamo a metà febbraio, ma l’aria tersa, la brezza leggera e il sole alto che si riflette sul candore della neve fanno respirare già aria di primavera. Anche la perturbazione di qualche giorno fa non ha particolarmente aiutato nel ristabilire l’insolita situazione nevosa di quest’anno. La scelta di un itinerario a quote elevate è stata quindi quasi obbligata, ma in realtà coltivavo da diverso tempo l’idea di immergermi in un ambiente glaciale così ampio come quello dell’Adamello.

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Cominciamo a salire e ad ogni metro guadagnato il paesaggio che si apre al nostro cospetto è sempre più grandioso. Alle nostre spalle svetta la Presanella, mentre davanti a noi il gruppo delle Lobbie fa da spartiacque tra l’omonima vedretta e quella del Mandron. Rimaniamo completamente senza fiato quando, raggiunta una selletta, riusciamo finalmente a scorgere il ghiacciaio sotto di noi. Tutto d’un tratto i grandi massi di granito che ci avevano accompagnato fin qui sembrano essere spariti, inghiottiti da un mare di neve che si fa spazio fino all’orizzonte. Gianni parte deciso e con due belle curve raggiunge il ghiacciaio. Un urlo liberatorio e le braccia aperte al cielo, come a volersi svuotare di tutto e a raccogliere quel senso di infinito proprio di questi spazi fuori dal tempo. Ci godiamo questo momento di schiacciante grandezza il più a lungo possibile, prima di calare anche noi sul ghiacciaio. 

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Il rifugio caduti dell’Adamello è ormai vicino nonostante ci aspettino ancora centinaia di metri di dislivello. è proprio lì che trascorreremo la notte, dormendo nel locale invernale che dispone di una decina di posti letti. 

Saliamo in falsopiano sul letto del ghiacciaio senza quasi accorgercene, fino a lasciare la pista ben battuta che continua dritta verso Sud-Ovest. Un esile traccia si stacca sulla sinistra, puntando al pendio che risale fino al Passo della Lobbia Alta. Imbocchiamo quest’ultima e siamo fin da subito costretti a sfruttare al massimo l’alzatacco dei nostri sci. La pendenza aumenta e con essa i battiti, mentre i muscoli dei polpacci iniziano a mordere ferocemente. In questi momenti scanditi dal proprio affannoso respiro, la dura e pura sensazione di fatica diventa coscienza di vita. La forza di volontà può diventare più grande di ogni qualsiasi debolezza umana; penso sia proprio questa presa di coscienza ad aver spinto i primi pionieri ad esplorare le montagne e a spronare noi stessi in queste seppur modeste avventure.

Sono le 17 quando tocchiamo la porta di accesso al bivacco, un bellissimo stanzino con materassi, coperte e cuscini, rivestito di legno e posizionato in luogo panoramico con vista su tutto il ghiacciaio. Riposiamo un po’ prima di bere una tazza di tè e mangiare qualcosa. 

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Le ore passano velocemente e dopo aver cenato con degli squisiti spätzle siamo già pronti per dormire, vinti dalle fatiche della giornata. Il cielo non è ancora del tutto carico dell’oscurità della notte, ma questo non ci impedisce di uscire a contemplare lo spettacolo più antico e più bello di sempre. Alziamo il naso all’insù e ci godiamo le migliaia di stelle che in questi posti danno sempre il meglio di sé.

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La notte trascorre tranquilla come poche altre. Le spesse mura del rifugio ci isolano dal freddo che le ultime notti di inverno riservano, e così la mattina, cullati dal calore dei nostri sacchi a pelo, fatichiamo ad aprirne le zip e ad infilarci gli scarponi ai piedi. Fuori intanto il sole si sta alzando, tanto da fare capolino all’interno del rifugio grazie alla finestra che lascia trapelare i suoi raggi carichi di sfumature arancio. Usciamo nuovamente, non solo per raccogliere la neve da sciogliere per il tè della colazione, ma anche per gustarci il profilo del Cresta Croce, illuminato dal sole e baciato dalla luna allo stesso tempo.

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Mangiamo quanto più possiamo per incamerare energia, ma anche per alleggerire il più possibile gli zaini. L’ambizioso obiettivo della giornata è infatti quello di raggiungere la cima dell’Adamello. 

è già troppo tardi quando lasciamo le caldi e rassicuranti pareti del bivacco per iniziare la discesa che ci riporterà verso il letto del ghiacciaio. Ad una prima parte più ripida segue un pendio più dolce, fino al punto in cui decidiamo di tagliare verso sinistra per perdere meno dislivello possibile. Qui non vi è ancora traccia di passaggio e la cosa rende tutto ancora più emozionante. Circondati da un ambiente di rara bellezza, nel quale le montagne sembrano emergere come isole da questo mare di ghiaccio, disegniamo le nostre tracce evanescenti puntando dritto verso il fianco sinistro del Corno Bianco.  

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Qui, sul Ghiacciaio dell’Adamello, le distanze e i dislivelli risultano indefiniti. I punti di riferimento ingannano l’occhio, abituato a spazi più a misura d’uomo. Succede così che un obiettivo che sembrava alla nostra portata diventi in maniera sempre più evidente un puntino lontano e irraggiungibile. L’Adamello spunta solo quando affianchiamo la cresta Est del Corno Bianco, lasciandoci davanti all’evidenza: oggi siamo troppo lenti per tentare di salirne la cima. Il ritorno verso Passo del Tonale sarà lungo, così come quello verso casa. Ancora una volta ci tocca rinunciare, ma è una rinuncia consapevole e serena, forte del fatto che tra queste montagne torneremo sicuramente.

Così, abbassati i tacchi e bloccati gli scarponi, io e Eugenio iniziamo a scendere sul ghiacciaio, mentre salutiamo Gianni che ci raggiungerà tra un po’. Ha deciso di gustarsi questi attimi ancora per qualche istante, avvicinandosi quanto più possibile alla base dell’Adamello prima di tornare indietro. Anche se sappiamo già che non la raggiungeremo mai, il viaggio conta sempre più di ogni meta.

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