Nord della Tour Ronde: come nasce un sogno

Il vento soffia teso sulla cresta, creando vortici di nubi che si allungano per poi sfilacciarsi, ricucirsi e roteare su se stesse. Il sole, ormai dietro l’orizzonte, le colora di un giallo accesso che sfuma lentamente verso un rosa timido, mentre laggiù, nel buio della valle racchiusa tra le montagne, le luci del paese tremano come fiamme di candele. 

Qui al rifugio Torino anche il tramonto ha un sapore diverso dal solito. Nella luce serale che tarda a far spazio alla notte, gli alpinisti si confrontano sulle salite che effettueranno il giorno dopo. C’è chi riguarda le relazioni studiando su carta ogni singolo passaggio e chi si informa sulle condizioni della via raccogliendo pareri e consigli dalle altre persone presenti. Nell’aria si percepisce la tensione tipica di questi momenti di attesa che spinge ben presto tutti quanti a dirigersi verso le proprie camere, impazienti di mettere piede sul ghiacciaio.

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L’arrivo del mattino porta con sé i rituali di ogni rifugio alpino: Thermos pieni di tè caldo disposti in fila sul tavolo, l’anonima colazione self service nella sala ristorante e il suono metallico dell’attrezzatura che ognuno di noi prepara accuratamente nel locale riscaldato. Usciamo dal rifugio e completiamo le operazioni di rito alla luce delle frontali mentre fortunatamente il vento inizia a calare di intensità. Io, Paolo e Gianni partiamo verso il Col Flambeaux, oggi sarà la stella polare a guidarci verso il nostro obiettivo: la parete Nord della Tour Ronde.

Il sole inizia presto ad alzarsi durante il nostro avvicinamento alla parete e proprio quando ne siamo al cospetto eccolo inondare di luce e colore la Est del Mont Maudit. In questa scenografia composta da fortissimi contrasti, i satelliti del Monte Bianco emergono fieri sull’immensa distesa del Ghiacciaio del Gigante. Seppure quasi totalmente in ombra, il loro granito rosso sembra emettere luce propria.

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Superiamo facilmente la crepaccia terminale e iniziamo a salire ritmicamente in conserva lunga. Ben presto anche i nostri muscoli intorpiditi dal freddo iniziano a scaldarsi. Il sole ci ha finalmente raggiunti, rivelando il fatto che la parete sulla quale ci troviamo sia leggermente rivolta ad Est.

Saliamo questo primo scivolo nevoso di 50° sotto una leggera ma costante pioggia di ghiaccio e neve che alimentano una perfetta coreografia. Quasi non mi accorgo quando Paolo arriva sotto alla strozzatura ghiacciata, tanto sono preso a godermi questo splendido viaggio tra le forme della roccia e della neve. A questo punto il terreno si trasforma in una lingua ghiacciata che scende ripida e compatta fra rocce che sfumano dal bianco al rosso. Organizzata una sosta su spuntone, Paolo riparte subito sullo scivolo a 60° che caratterizza questa seconda sezione della salita. Grazie all’alta frequentazione dei giorni scorsi e al ghiaccio lavorato la nostra progressione si trasforma in un gioco di agganci di picca che velocemente ci portano all’uscita del canalone. Qui ci inventiamo una brevissima variante con divertenti passaggi di misto che ci portano sulla terza sezione della parete, un altro ripido scivolo nevoso che si impenna a 55° verso la cima della Tour Ronde.

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Mentre scatto una foto a Gianni all’uscita della strettoia il mio sguardo ricade sul sottostante Ghiacciaio del Gigante che da quassù appare come una successione di docili colline innevate. Soltanto la presenza di qualche cordata che lo attraversa permette di rendersi conto della sua reale vastità. L’assenza totale di qualsiasi punto di riferimento tipico del paesaggio in cui viviamo inganna l’occhio, che si abitua a ciò che vede senza rendersi conto delle proporzioni. La salita diventa quindi un fantastico gioco di prestigio naturale di cui siamo allo stesso momento attori e spettatori.

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Passo dopo passo avanziamo su un’evidente venatura di neve rialzata. Il passaggio degli alpinisti che ci hanno preceduto ha fatto sì che la neve pressata diventasse dura e quindi più resistente allo scioglimento rispetto a quella della restante parete. La punta delle piccozze e quelle frontali dei ramponi sono tutto ciò che ci connette a questo lungo pendio che precipita verso il Ghiacciaio, estensione degli arti da governare con tutta la nostra sensibilità.

I polpacci bruciano ormai in maniera continua quando stiamo per toccare la cresta sommitale. Proprio qui la parete, quasi totalmente ghiacciata, ci obbliga ai passaggi più delicati dell’intera salita, una successione di giochi di equilibrio lungo un tratto diagonale a ridosso delle rocce. Con un traverso in cresta usciamo dalle difficoltà, esattamente sotto la verticale della vetta. Le gambe possono finalmente riposare mentre beviamo il primo sorso d’acqua da quando abbiamo attaccato la parete.

Un breve passaggio in discesa seguito da una rampa nevosa e da un’ultima paretina di roccia ci conducono quindi sulla vetta della Tour Ronde.

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Dominati dalla felicità, ci abbracciamo e ci facciamo i complimenti a vicenda prima di ritagliarci un momento di personale e intima contemplazione. Quassù, dalla vetta della Tour Ronde, la vista spazia su tutta la Valle D’Aosta fino ad arrivare a lui, il Bianco, che dall’alto domina un immenso gruppo di cime dall’estetica perfetta. Il sogno di ogni salita culmina e termina proprio a questo punto, una volta portata a termine, quando la concentrazione per l’ascensione lascia spazio alla meraviglia per l’ambiente che ci circonda. È da questo stesso punto e in questo preciso istante che nuovi desideri si instaurano in noi. L’occhio scruta le forme, la mente disegna le linee, lo spirito si rinnova e raccoglie energie. Così, mentre guardo ammirato intorno, la mia attenzione si posa su una classica ed estetica linea di salita. È nato un nuovo sogno.